La scrittura del Tevere:
luogo della permanenza e della mobilità

di Filippo Bettini

Eraclito docet: panta rei. Se il fiume è il luogo in cui tutto scorre, alte­randosi e rinnovandosi in un divenire incessante, è comprensibile che in ogni epoca tanti poeti, e dei più grandi, abbiano rappresentato in esso valo­ri dinamici e contrastivi, sempre connessi al senso antinomico di fugacità e rigenerazione che ad ogni livello (da quello storico a quello esistenziale, da quello fisico a quello filosofia)), il mutamento, per definizione, induce.
Segno primigenio di fecondità e fierezza ma al tempo stesso solco geo­grafico di attraversamento, demarcazione e ricongiungimento di natura e sto­ria, di ambiente e civiltà; allegoria vivente del ciclo materico di vita e di morte, figura simbolica dell'inconscio e del suo immaginario onirico e pul-sionale, ma contemporaneamente immagine mitica efondativa di interi cicli di dominazione storica nel mondo di ieri e di oggi (nucleo primo di insedia­mento di future loro matrici e capitali: Tigri, Eufrate, Nilo, Tevere, Senna, Tamigi, Danubio, solo per citarne alcuni), esso comprende in sé, in un arco di 360°, i temi capitali su cui si interroga da sempre la letteratura nelle domande che pone, nei problemi che apre, nelle questioni che sollecita. Se si dovesse attivare un paradigma di confronto speculare con una figura di segno opposto, sarebbe immediato il richiamo all'immobilità del lago in cui Narciso vede riflessa la sua immagine.
Se la paralisi dell'autocompiacimento porta alla morte, qui la mobi­lità dell'essere altro garantisce la continuazione della vita e dell'esperienza. Il fiume è fonte di salvezza, nella misura in cui non concede scampo dal ripiegamento della resa.
Ad esso, all'acqua che lo compone, lo anima, al traguardo del mare che il suo fluire desidera e prefigura nella scrittura dell'aria e della terra, la poesia deve molto: anche quella antica, anche quella romana, antica e moderna. Dunque, se fosse possibile, al di fuori del Tevere in quanto tale. Da questo punto di vista, il mito del fiume che la poesia intesse nel tempo (o in generale o in riferimento alle singole realtà) e da intendersi come un compenso da essa sentito e dovuto ad una delle fonti ispirative del suo canto e della sua esistenza.
Ma, poiché il Tevere è un fiume speciale nella verità e nella mitopoiesi della storia di Roma (e di buona parte del mondo), la sua ricchezza seman­tica e rappresentativa si eleva ad una potenza multipla. Il punto di nascita del più grande e influente impero dell'antichità, via via assurto a soggetto antonomastico della sua crescita e della sua espansione, declina al "presente storico" la pluralità dei significati e dei livelli sopra indicati e puntualmente li catalizza e li filtra sullo sfondo dei bagliori e delle ombre, dei pieni e dei vuoti che, oltrepassalo il guado della classicità, le alterne vicende di decadenza e di ripresa, di abbandono e di rinascita, proiettano sul tragitto di interi secoli di conflittualità e di incer­tezza.
Anche nelle zone buie e rimosse, nei segreti proibiti e sottaciuti che compongono la "controstoria di Roma", il fiume, con le sue acque poco bionde e viceversa opache, melmose e persino inquinate, è specchio fedele e sensibile della città da lui partorita.
Così lo vedono e lo sentono in prima persona gli scrittori che, pur senza dirlo in maniera esplicita, sottintendono un riferimento costante alla doppia misura del "prima" e dell'"oggi", in cui si incunea tutta la precarietà di un divenire che non risparmia neppure le sponde ma le aggredisce e le modifica al pari del resto.
Di qui passa la trasformazione contestuale del senso stesso del muta­mento che da verità ontologica si rimodula in scoperta empirica e contin­gente, sempre passibile, come sponde del fiume, di erosione e di scavo. Prende consistenza, allora, un secondo movimento di reversibilità che (secondo uno schema caro a Braudrillard) torna a conferire alla letteratura un ruolo essenziale e costruttivo.
Il debito contratto con l'esistenza oggettiva del fiume e della sua sto­ria si converte nel contributo vitale che la poesia è in grado di esprimere, nel momento in cui, eternando il Tevere nelle forme della scrittura, non si limita ad esserne una testimonianza permanente, ma prende direttamente il posto della storia, anzi fa essa stessa storia.

Filippo Bettini